Tintoretto e San Marco, una lunga storia d’amore e d’interesse

Un tale servo di un qualche nobile di provincia, legato da un voto, volendo far visita al corpo di San Marco, ma non potendo ottenere il permesso dal proprio padrone, alla fine antepose il timore del padrone celeste a quello del padrone carnale e, salutato il padrone, se ne andò devoto a far visita al santo. Mal sopportanto la cosa, il padrone ordinò di cavargli gli occhi una volta tornato. A un signore crudele s’accompagnano anche più crudeli servitori e gettano a terra il servitore di Dio che invoca San Marco e gli ficcano dei paletti acuti per scavargli via gli occhi, Ma a nulla valeva l’azione dei paletti, poiché si consumavano di una rapida rottura. Ordina quindi che gli siano rotte le gambe e gli sia tagliato l’inizio dei piedi, ma l’indomabile ferro delle scuri immediamente si liquefà in piombo.

È su questo brano della Legenda Aurea di Jacopo da Varazze, arcinota e assai sfruttata raccolta di vite di santi redatta dal domenicano nella seconda metà del duecento, che Jacopo Comin alias Robusti e detto il Tintoretto esercita il suo straordinario talento nel 1548. Colui che rende vani gli strumenti del supplizio è proprio San Marco che irrompe planando sulla scena e salva lo schiavo riducendo inoltre a ben più miti consigli il suo sadico padrone.

1200px-accademia_-_miracle_of_the_slave_by_tintoretto

La grande tela (416×544) sarà la prima di una serie dedicata al patrono a ornare la Sala Capitolare della Scuola Grande di San Marco, una delle istituzioni più prestigiose della Venezia di allora [1], ma chi è il pittore ancora abbastanza giovane (29 anni) che si aggiudica una delle commissioni più prestigiose di quegli anni?
Sostanzialmente autodidatta, fino a quel momento aveva passato un decennio in rampa di lancio dedito a sperimentazioni tese ad assorbire e rielaborare il manierismo romano ed emiliano. Le sue prime opere irte di tardi michelangiolismi lasciano pensare che intorno al 1540-41 si sia spinto fino a Roma subito prima o dopo aver soggiornato a Mantova per studiare gli affreschi di Giulio Romano [2]. Ma Tintoretto non aveva il carattere di un copista: descritto da tutti come un tipo a dir poco difficile, dotato di un’energia esplosiva e di altrettanta inventiva, media il manierismo appena appreso con intuizioni spaziali e architettoniche poco presenti nei suoi modelli poi inizia a ibridarlo col classicismo di Tiziano e col tipico colorismo veneto.

Cristo tra i dottori, dipinto per il Duomo di Milano (oggi al Museo dell’Opera) negli anni 1542-43
2-tintoretto

Alla fine degli anni ’40, Tintoretto ha distillato i caratteri principali del suo nuovo stile. Nel 1547 vengono svelate le due tele che ha dipinto per la chiesa di San Marcuola, sul Canal Grande, un’Ultima Cena e una Lavanda dei piedi (quest’ultima oggi al Prado).

la_c39altima_cena_28iglesia_de_san_marcuola2c_venecia2c_154729_-_tintoretto
04-tintoretto-la-lavanda-dei-piedi

L’energia, i chiaroscuri violenti e l’architettura scenografica e dilatata, la cui eredità verrà splendidamente raccolta da Paolo Veronese anche se in una diversa declinazione, ci sono già così come lo stridente naturalismo nelle pose degli apostoli tra chi si aggiusta le scarpe, tira i calzini o sistema i pantaloni (e, a dispetto della distanza espressiva, a me il pavimento dell’ultima Cena sa tanto di Giorgione, vedi Pala di Castelfranco, ma sarà sicuramente una mia suggestione).
Ed eccoci al fatidico 1548, ma prima è necessario un piccolo salto indietro. Il 30 novembre del 1542 il consiglio della Scuola di San Marco deliberava di “dar prenzipio alla pittura della sala fazendo quella parte in piui teleri con quel hordene che da persone perite serà conselgitto fazendo depenzer le istorie del protettor nostro M.S. Marco“, compito arduo se non altro perché le tele avrebbero dovuto subire un confronto arduo con quelle che adornavano l’attigua sala dell’Albergo e i cui autori rispondevano ai nomi di Giovanni e Gentile Bellini, Palma il Vecchio, Montagna e Paris Bordon, veri pezzi da novanta delle generazioni precedenti. I contrasti tra i membri della confraternita però non permisero di giungere ad alcuna decisione finché, nel 1547, un rinnovo delle cariche sociali non vide Marco Episcopi occupare la carica di Guardian da matin e Andrea Calmo quella di Decano: Episcopi di lì a poco diventerà il suocero di Tintoretto mentre Calmo, attore e autore comico assai in voga, e anch’egli figlio di un tintore, era un noto estimatore oltre che amico personale del pittore al quale l’anno prima aveva dedicato un elogio pubblico in forma di lettera. Altri due elementi contribuiscono a spiegare il motivo per cui Tintoretto si trovò la strada spianata: i reiterati encomi pubblici indirizzatigli dall’Aretino [3], vero arbiter della cultura veneziana di quegli anni insieme a Tiziano e Sansovino, e l’assenza di Tiziano da Venezia a causa della chiamata da parte di Carlo V ad Augusta per ritrarre i personaggi più in vista della Dieta imperiale.
Quando, nell’aprile del 1548, viene svelato, il Miracolo ha l’effetto di una bomba lanciata nel cuore dell’arte veneziana. Gli elementi sono sempre quelli ma sono stati come estrusi da una enorme pressa fatta di talento e volontà di raggiungere l’eccellenza. C’è Raffaello a sinistra (la figura aggrappata alla colonna sembra provenire direttamente dalla Cacciata di Eliodoro così come la donna sottostante che richiama anche l’Incendio di Borgo) e Michelangelo a destra (le due potenti figure sedute che, a mio parere, sono citazioni di sibille e profeti della Sistina [4]). Tutto si agita in volute eleganti, dense di un’energia contenuta ma sempre sul punto di straripare, la massa umana si muove, vibra di un colore e una teatralità mai viste prima al punto da spingere alcuni confratelli della Scuola a dichiarare il tutto eccessivo al limite della blasfemia. Racconta Ridolfi che “nato disparere tra confrati, volendo alcuni e altri no che il quadro vi rimanesse, per le loro ostentazioni: per lo che, sdegnato il Tintoretto lo fece distaccare dal luogo posto e a casa il riportò“. Nel mentre si era immancabilmente espresso l’Aretino il quale, pur lodando ampiamente l’opera, esprime alcune riserve sulla velocità di esecuzione a suo dire troppo precipitosa a scapito dei dettagli [5]: “non è uomo sì poco instrutto ne la virtù del dissegno che non si stupisca nel rilievo della figura che, tutta ignuda, giuso in terra, è offerta alla crudeltà del martirio. I suoi colori son carne, il suo lineamento ritondo, e il suo corpo vivo […] E beato il nome vostro, se reduceste la prestezza del fatto, in la pazienzia del fare benché a poco a poco a ciò provvederanno gli anni. “. Poco dopo, soverchiati dalle reazioni positive ancorché sorprese, i “ribelli” si profusero in scuse e il quadro tornò al suo posto ma decenni dopo biografi come il già citato Ridolfi o Boschini sentono ancora parlare dello shock estetico causato dal quadro.
Vasari accennerà alla presenza di ritratti tra i volti assiepati nella tela. L’uomo in basso a sinistra potrebbe essere Francesco Morello, all’epoca Guardian Grande della Scuola [6], mentre il barbuto che si sporge tra le colonne della loggetta l’Aretino o Sansovino e il giovane poco più a destra, a fianco del personaggio col turbante rosa, lo stesso Tintoretto.
Il quadro farà di Tintoretto una star e un temibilissimo rivale per il vecchio leone Tiziano il quale non lo digerirà mai. Negli anni ’50 la sua reputazione continua a crescere rapidamente e il suo stile a addensarsi. Nel 1562 riceverà una nuova commissione dalla Scuola per altre tre tele sulla vita del santo, capolavori assoluti nei quali la grazia estetizzante della maniera romana sembra del tutto scomparsa a favore di un’invenzione totale di prospettive allucinate, caricate come molle, e chiaroscuri imponenti che quasi mandano il colore in secondo piano lasciando una luce livida a scavare nella drammaticità di eventi, corpi ed espressioni.

Ritrovamento del corpo di San Marco
1iiy65w

Trafugamento del corpo di San Marco
ccnbhyp

San Marco salva un Saraceno durante un naufragio
7h40ln3

Se è vero (e non lo sappiamo con certezza anche se è senz’altro possibile) che un giovane Caravaggio in viaggio verso Roma nel 1592-93 farà una tappa a Venezia, forse non è così difficile intuire da dove attingerà alcuni degli ingredienti della sua prossima rivoluzione.

 

NOTE

[1] Le Scuole e Scuole Grandi erano sodalizi laici a metà tra l’associazione di categoria, la confraternita caritatevole e il centro di potere. Per saperne di più: Storia delle Scuole
[2] Tintoretto venne inviato a Mantova da Vettor Pisani, banchiere omonimo (e con ogni probabilità discendente) dell’ammiraglio trecentesco. Pisani gli aveva commissionato per le sue nozze 16 tavole a sfondo mitologico tratte dalle Metamorfosi di Ovidio e lo mandò a studiare l’opera portata a termine da Giulio Romano a Palazzo Te pochi anni prima (1535) come falsariga per lo stile da adottare.
[3] Il suo storico sodale Tiziano non prenderà affatto bene questo ed altri complimenti dedicati al giovane e rampantissimo rivale, al punto da scontrarsi con l’amico e di fatto costringerlo a smettere.
[4] Così come le statue che adornano il portale sullo sfondo potrebbero essere citazioni di quelle eseguite da Michelangelo per la Sagrestia Nuova di San Lorenzo a Firenze non molti anni prima
sagrestia
[5] Anche il primo elogio conteneva una nota polemica di questo tenore.
[6] Tommaso Rangoni, Guardian Grande anni dopo all’epoca delle altre tele della serie, pagherà il lavoro di tasca sua per essere sicuro di figurarvi attirandosi, per questa ed altre smanie di protagonismo, non poche critiche.