Un pezzo d’Italia a Westminster

Nel cuore di Londra, alle spalle della minacciosa sede dell’MI5, c’è una via che risponde al nome di Thorney Street. Andare alla ricerca di un tizio con quel nome sarebbe inutile perché Thorney era il nome dell’isola ormai dimenticata che anticamente ospitava quel lembo di terra

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Fu su quest’isola, probabilmente per motivi di sicurezza, che negli anni quaranta dell’XI secolo Edoardo il Confessore decise di erigere il suo palazzo, vicino a un monastero benedettino fondato meno di un secolo prima da Re Edgar e San Dunstan, monastero che venne ampliato e dotato di una grande chiesa intitolata a San Pietro. La chiesa divenne nota come west minster per distinguerla dall’east minster cioè la cattedrale di St. Paul.
Nell’immagine vediamo come appare nell’Arazzo di Bayeux. La scena rappresentata è quella del funerale del suo fondatore, Re Edoardo, svoltosi pochi giorni giorni dopo la consacrazione il 28 dicembre 1065. Un anno dopo la stessa chiesa vedrà l’incoronazione di Guglielmo il Conquistatore.

La chiesa resistette per un paio di secoli finché Enrico III, contagiato dalla smania del nuovo stile gotico, decise di ricostruirla ex novo alla maniera moderna. Il 13 ottobre 1269 la nuova costruzione veniva consacrata con (è proprio il caso di dire) incastonato al suo interno un piccolo gioiello: uno dei rarissimi [1] e per certo il più bello dei pavimenti cosmateschi in Inghilterra.
A volere fortemente quei 7,5 mq di opus sectile fu l’abate Richard de Ware che li aveva ammirati durante il suo soggiorno ad Anagni presso papa Alessandro IV subito dopo la sua nomina nel 1258. Quei fantastici pavimenti italiani (il fascino del Made in Italy ha una storia insospettabilmente lunga) lo colpirono a tal punto che al suo ritorno in patria si portò dietro l’artigiano Odorico con la sua brava squadra di “piastrellisti” e una discreta quantità di pietre pregiate come porfido, serpentino, gabbro e altre pronte a trasformarsi nel suo piccolo sogno personale, reso ancora più unico dall’uso di materiali insoliti nella tradizione italiana come il vetro e dall’essere immerso e circondato dal cosiddetto “marmo di Purbeck”, un calcare scuro proveniente dal Dorset.

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Il pavimento per alcuni secoli fu accompagnato da un’iscrizione (oggi praticamente scomparsa) in caratteri di ottone che recitava:

Si lector posita prudenter cuneta revolvat, hic finem primi mobilis inveniet. Sepes trima; canes et equos hominesque subaddas, cervos et corvos, aquilas, immania cete, mundum: quodque sequens preeuntis triplicat annos. Spericus archetypum, globus hic monstrat macrocosmum. Christi milleno bis centeno duodeno cum sexageno, subductis quatuor, anno, tertius Henricus rex, urbs, Odoricus et abb as hos compegere porphyreos lapides” [2]

(“Se chi legge considera ciò che è stabilito, troverà qui la fine del primo mobile. Il cespuglio vive tre anni, aggiungi cani e cavalli e uomini, cervi e corvi, aquile, le enormi balene, il mondo: ognuno che segue triplica gli anni del precedente. Il globo sferico mostra l’archetipo del macrocosmo. Nell’anno di Cristo mille duecento e dodici più sessanta meno quattro, il re Enrico Terzo, la città, Odorico e l’Abate posero insieme queste pietre di porfido”)

La guida dell’Abbazia di John Weever (1631) descrive il testo come disposto circolarmente, con ogni probabilità intorno al quincunx centrale. Ma perché l’anno 1268 venne scritto in una maniera tanto elaborata? La risposta potrebbe celarsi nel fatto che l’iscrizione sarebbe stata posta poco dopo la morte di Enrico: 1212 + 60 = 1272 la data della sua morte, 60 – 4 = 56 la durata del suo regno.
Ma la misteriosa sequenza di esseri viventi dei quali ognuno “triplica gli anni del precedente”? Richard Sporley, un monaco dell’abbazia per buona parte del quattrocento, la spiega così: “Il primo mobile significa questo mondo, la cui età o fine l’autore stima, secondo la sua immaginazione, aumentando i numeri tre volte tanto“. Cioè un cespuglio vive tre anni, una cane nove, un cavallo ventisette, un uomo ottantuno e così via (ad alcuni animali era attribuita una longevità mitica). La data finale è calcolata sulla base di una cronologia desunta dalla longevità delle creature elencate. “La pietra rotonda” continua Sporley intendendo il disco al centro esatto della composizione “ha in sé i colori dei quattro elementi: fuoco, aria, acqua e terra“. Il pavimento, in altre parole, rappresenta il nostro mondo e l’universo tutto (il che si sposa mirabilmente col simbolismo veicolato dai due quadrati sfalsati di 45° nei quali è inscritto il quincunx e di cui avevamo già parlato qui), inclusa la data della sua fine che, calcolatrice alla mano, sarebbe avvenuta in 19683 anni. Supponendo, non senza ragioni, che l’abate Ware desse credito a Eusebio di Cesarea (III-IV sec.) e al suo calcolo secondo il quale la creazione sarebbe da datare al 5199 a.c., teoria molto popolare per tutto il medioevo (era nota anche a Dante), se ne deduce che il mondo finirà nel 14484, insomma potete prenotare tranquillamente voli e vacanze tanto non è per adesso.
La posizione del pavimento rafforza l’idea che nelle intenzioni dei suoi committenti dovesse trattarsi di una sorta di centro mistico e spirituale dal quale potesse irraggiarsi la potenza divina del creatore reificata in quella terrena del re e contemporaneamente vi convergessero le energie e i significati del mondo che vi era rappresentato. La composizione infatti venne realizzata nel sanctuarium, cioè l’ambiente più sacro della chiesa, di fronte all’altare maggiore e il disco centrale doveva ricoprire un’importanza particolare ereditata dall’usanza, attestata fin dal V secolo [3], di utilizzare il centro di un quincunx come fulcro fisico per la preghiera comunitaria per ribadire con mezzi cerimoniali la centralità dell’uomo nella creazione. Se voleste provare a immaginare [4] come poteva sentirsi un antico re cristiano il quel punto forse dovreste pensare a una sorta di cascata, una colonna di luce proveniente dalle altezze insondabili delle sfere celesti che batte esattamente su quei pochi metri quadrati con voi sotto per poi spandersi a 360°, rifrangersi sulle mura imponenti delle navate e fluire di nuovo verso il centro come se quella piccola porzione di pietre incastonate fosse a tutti gli effetti una specie di corsia preferenziale verso un mondo più alto.

Enrico III non sopravviverà a lungo alla sua creatura. Morirà infatti nel 1272 lasciando sul trono il figlio Edoardo I il quale, strangolato dalle enormi spese militari e dagli ingenti debiti contratti coi banchieri italiani, dovrà ridimensionare drasticamente alcune grandi fabbriche con le quali intendeva proseguire la tradizione edilizia di famiglia.
L’uomo che aveva fortemente voluto quel rettangolo di pavimento, l’abate Ware, volle esservi sepolto sotto. Anticamente una scritta ornava la sepoltura: “Abbot Richard of Ware, who rests here, now bears those stones which he himself bore hither from the City“, quando la City era Roma.

Note:

[1] Parti o tracce sono ancora visibili presso la St. Augustine’s Abbey e nella Trinity Chapel a Canterbury mentre se ne hanno notizie storiche nella cattedrale di St Paul.
[2] Dobbiamo il testo alla storia dell’abbazia redatta da John Flete, monaco a Westminster dal 1420 al 1466. L’opera è consultabile qui.
[3] Dorothy Glass, “Papal patronage in the early twelfth century: notes on the iconography of cosmatesque pavements”, Journal of the Warburg and Courtauld Institutes, Vol. 32 (1969), pp. 386-390
[4] scrivo “provare” perché sufficientemente convinto che oggi un’esperienza spirituale come quella vissuta da un uomo del medioevo semplicemente non sia replicabile.